Qualche settimana fa una mia amica mi disse:
tu dovresti scrivere un libro.
Ammetto che il mio stupore non fu poco, perché in vita mia me ne hanno dette tante ma che potessi o addirittura dovessi scrivere un libro non mi era mai capitato. Quantomeno questa asserzione dirompente è stata la scusa per ritornare indietro e capire perché mi fossi messo a scrivere qualcosa, peraltro senza grandi pretese, ma che ha potuto sortire effetti sì roboanti al punto da pensare che fosse tutta una gag campata per aria, come spesso ce ne capitano in cui ce ne si esce con mezze verità obbligate dal contesto che, normalmente, si riassumono con troppo ampî ondeggii del capo e frasi di brutale circostanza come "Bravo, bravo...".
Io ero il giovane uomo da 5 e mezzo nei temi. Ho passato 14 anni a scuola a scrivere temi e fregnacce indegne per ottenere un voto e non mi sono mai staccato dal 5 e mezzo. La genialità e il vuoto culturale, la voglia di scrivere e la nolontà, l'applicazione rigorosa dei vincoli formali o la post modernità più annichilente, la casta dei professori di italiano sapeva, o meglio sentiva, che qualunque cosa scrivessi era da 5 e mezzo. Peraltro, adducendo ragioni ricorrenti e ricorsive: idee mediocri, scritta stantia, scarso stile, risultato poco conforme alla richiesta. 5 e mezzo. Che fossero professori ciellini o marxisti ortodossi, includendo tutte le tonalità di grigio nel mezzo, non si scappava.