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venerdì 29 novembre 2013

Orrendi uccelli.

Disclaimer: il post che mi appresto a presentarvi mi è stato involontariamente suggerito da una cara amica, a cui vanno i miei ringraziamenti. Da che è iniziata l'avventura dell'Onda Laterale, ognuno dei battitori ha sempre presentato testi relativi a considerazioni proprie, eventi di vita vissuta direttamente esperiti, opinioni sui massimi sistemi. Tutto splendido, e spero vivamente che continui così; pur tuttavia, abbiamo sempre tenuto in conto che questo è un blog di "stile", ovverosia volto a presentare contenuti assolutamente arbitrarî, inteso in questo contesto come univocamente da noi scelti, ma stesi in una trama stilistica punto che potesse solleticare l'immaginazione intellettuale di tutti gli astanti e altresì dei battitori stessi. In questo senso, e sia chiaro, non perché mi manchino assunti di interesse reale, ho deciso di dare una virata radicale all'andazzo, inaugurando il primo post di fiction. Una storia inventata di sana pianta, senza nessi - apparentemente - alla realtà reale, volto alla concentrazione di quella, spero vivamente, che sia una buona scrittura. Un'autentica onda laterale. Pur sempre nel mio stile. Buona lettura a tutti.


Londra.

Una mattina qualunque.

Il cielo, se terso avesse un senso nella capitale anglosassone, lancia delle occhiate di sfuggita sulla terra dove camminano gli uomini, inframezzandole col refrigerio di nuvole che corrono più forte della mente, come se fosse un languido battito di ciglia. Ad ogni piè sospinto un aereo squarcia l'immagine roboante di quest'angolo di mondo. Qualche bipede, chissà là per caso, si ferma un secondo a rimirare l'immagine di quei leviatani di tecnologia e umanità, e forse, osservando i due o quattro motori in equilibrio sulle ali del mezzo, e raffazzonando due pensieri su come mostri di alluminio di quel genere possano essere là sopra, senza che nessuno li sorregga - a meno che non esista sul serio il Flying Spaghetti Monster - in fondo alla sua testa pensa che sì, è giusto che noi siamo ai vertici del Creato. 

domenica 20 ottobre 2013

5 e mezzo.

Qualche settimana fa una mia amica mi disse:
tu dovresti scrivere un libro. 

Ammetto che il mio stupore non fu poco, perché in vita mia me ne hanno dette tante ma che potessi o addirittura dovessi scrivere un libro non mi era mai capitato. Quantomeno questa asserzione dirompente è stata la scusa per ritornare indietro e capire perché mi fossi messo a scrivere qualcosa, peraltro senza grandi pretese, ma che ha potuto sortire effetti sì roboanti al punto da pensare che fosse tutta una gag campata per aria, come spesso ce ne capitano in cui ce ne si esce con mezze verità obbligate dal contesto che, normalmente, si riassumono con troppo ampî ondeggii del capo e frasi di brutale circostanza come "Bravo, bravo...".

Io ero il giovane uomo da 5 e mezzo nei temi. Ho passato 14 anni a scuola a scrivere temi e fregnacce indegne per ottenere un voto e non mi sono mai staccato dal 5 e mezzo. La genialità e il vuoto culturale, la voglia di scrivere e la nolontà, l'applicazione rigorosa dei vincoli formali o la post modernità più annichilente, la casta dei professori di italiano sapeva, o meglio sentiva, che qualunque cosa scrivessi era da 5 e mezzo. Peraltro, adducendo ragioni ricorrenti e ricorsive: idee mediocri, scritta stantia, scarso stile, risultato poco conforme alla richiesta. 5 e mezzo. Che fossero professori ciellini o marxisti ortodossi, includendo tutte le tonalità di grigio nel mezzo, non si scappava. 

venerdì 12 luglio 2013

Breve storia di un portachiavi.



Diversi anni fa, in un momento abbastanza anonimo nella vita di tante persone, diversi accadimenti, succedutisi repentinamente oltreché drasticamente, imposero cambiamenti radicali – e si badi, non imposero di per sé, ma sì indussero – alla mia personale esistenza. Ma non è dei cambiamenti che mi sono imposto in quel periodo che voglio parlarvi oggi, bensì di uno di questi fatti, caduto come un fulmine a ciel sereno in un caldo e infervorato pomeriggio di luglio, che ha prodotto una delle improvvisazioni e bugie più innocenti che mi hanno visto come fautore e protagonista. Un fatto che ancora adesso mi fa gonfiare gli occhi e, per fortuna, sorridere, visto che molto virilmente credo che un uomo non debba piangere, neanche quando è da solo. Questa è la storia di un portachiavi, un oggetto di per sé abbastanza ridicolo, ma che mi ha insegnato che anche il più ridicolo degli oggetti può cambiare la vita, invero in questo caso ho esagerato, diciamo meglio: far vivere esperienze umanamente belle e raccoglierle per raccontarcele in un futuro lontano, e persino tramandarle. 

Come dissi al principio di questo racconto, succede che un giorno di luglio, verso l’una e mezzo del pomeriggio, una persona tra le più belle che abbia mai conosciuto e compagna di un legame che definirei figliale se ne sale in cattedra e annuncia, tra lo stupore di molti me compreso, di essere affetto da un brutto male, espressione eufemistica propria del giornalismo accomodante tipico italiano, uno di quei mali che in alcuni casi possono essere o diventare inguaribili. Uno di quei mali che pensiamo succeda sempre agli altri, a metà tra l’augurio e l’esorcismo, in un mantra d’impotenza e speranza che recita che se è inevitabile almeno che succeda sempre lontano dal focolare, che al male non c’è rimedio ma al massimo compassione e dimenticanza, perché il lutto non è mai il benvenuto nelle nostre microsocietà famigliari o amicali, e ci mancherebbe altro.

Invero devo ammettere che ho vaghi ricordi di quei momenti, probabilmente nonostante avessi già un’età per cui vivere esperienze ingiunge un ricordo più o meno radicato, il mio corpo altezzosamente razionale si è autoimposto una rimozione radicale degli elementi più destabilizzanti la mia naturale voglia di sorridere. Ed in qualche misura bene così direi, perché è naturale degli esseri umani cercare di raggiungere la felicità – sia essa qualcosa di reale e realmente raggiungibile o sia semplicemente una definizione dell’assenza di infelicità – e, soprattutto, non privarsi di quei momenti di dolce rilassamento dato dalla tranquillità forgiata dalla lontananza dei problemi.

La prima bugia di questo racconto, o mezza verità, od omissione dello stato delle cose, fu che scoprimmo che questo male veniva da lontano, esisteva addirittura in un momento altrettanto marcante della mia vita, quando nel ’95 fui con la mia squadra di rugby in Sudafrica, letteralmente dall’altra parte del mondo, ed il protagonista di questa storia, d’accordo con chi di dovere, decise di non dire niente per non turbare il sollazzo spensierato di una mezza sega rugbistica, perché poi all’atto pratico ci viene insegnato giustamente che le bugie hanno le gambe corte, espressione che spesso un ragazzino non capisce in sé, fino a quando un’anima pia ci spiega che chi ha le gambe corte non può correre lontano senza farsi beccare, e la metafora si scioglie, ma quando si cresce ci si rende conto che le bugie, le mezze verità o l’omissione dello stato delle cose rendono il mondo migliore, perché la verità spesso fa male, ma non sempre migliora le cose o rende il mondo più giusto. Noi mentiamo perché amiamo le altre persone, e con un piccolo gesto, cattivo probabilmente, rendiamo il mondo attorno alle persone alle quali mentiamo un po’ più tollerabile, o persino più bello. Le bugie spesso sono un segno d’amore, che come molti segni d’amore non viene capito, quando non osteggiato. La bugia, come molti segni d’amore, si paga di più per averla detta piuttosto che per averla evitata.

La seconda bugia di questo racconto ha a che vedere col portachiavi del titolo. Questo portachiavi è letteralmente una boiata che ai tempi mi costò credo addirittura 5 euro e che si vendeva a Monaco di Baviera. Sta di fatto che fui là in gita scolastica, meta per cui mi sono battuto strenuamente e che invero proposi in alternativa a Berlino. Non importa sapere per quale ragione volli andare a tutti i costi là, gesto puerile di un ragazzo egoista che voleva andare a tutti i costi in un posto e fu disposto a portarsi dietro una classe intera, compresi i professori, per seguire i suoi sogni. Quello che importa è che una volta dentro l’Hofbräuhaus, meta necessaria per giovani alcolisti perdigiorno, si aggirava un tipo che ti faceva una fotografia e al momento te la metteva in un portachiavi di plastica. Chiaramente in preda al fervore monacense non mi sono sentito di rifiutare la proposta, e comprai questo portachiavi. Che misi in una borsa qualunque e lasciai là, dimenticandomene. E la foto. Il mio faccione, capelli tipo riccio o Cocciante, Dreitagebart, o forse Zwanzigtagebart, un Maß pieno di birra retto dalla sinistra e pollice verso l’alto esposto con la destra. Un obbrobrio degno del peggior turista italiano in Baviera. 

Passarono i mesi dopo l’annuncio, ai drammi citati sopra seguirono altri drammi nella migliore tradizione che vede le disgrazie avere ottima socialità con le loro consimili, fino a che il protagonista di questa storia decide che deve affrontare il giudizio delle Parcae, e scoprire se il suo filo continuerà ad essere tessuto oppure verrà reciso. Mi chiese, un giorno non so quando, che sarebbe stato suo immenso piacere avermi al suo fianco il giorno dell’ingresso in ospedale. Ammetto di aver accettato senza riserbo, nonostante avessi terrore di tutto. Ci siamo organizzati. Vestiti, oggetti, computer, musica, tutto quello che è necessario per alleviare l’obbligo di permanenza in una camera sterile. Quando mi stavo preparando per uscire, mi passò per le mani quel portachiavi. Decisi di portarlo con me. Credo che andammo in taxi, esperienza fondativa per me visto che andare in taxi a Milano sarà capitato, fino a quel momento, forse una volta. Andammo dove di dovere, consegnai tutto al protagonista, lo abbracciai. Non sapevo come funzionavano quelle cose, ero terrorizzato, lo aiutai a portare tutto agli infermieri e dopo gli dissi, Senti, prendi questo, porta fortuna, e gli diedi il mio portachiavi. Lo prese, mi abbracciò, ci salutammo, e scappai da quel lugubre sito immacolato di vernice col respiro corto e gli occhi gonfi. Tentai a tutti i costi di non piangere, credo che singhiozzai un paio di volte, non so perché alle volte voglio a tutti i costi essere così ridicolo. 

Ed ecco la bugia fondazionale di questo racconto. Il portachiavi non portava fortuna. Era un orrore turistico bavarese, che mi passò per le mani in un certo momento, e dissi la cosa più ridicola che mi passò per la testa: porta fortuna. Non porta niente, è un portachiavi. La frase aveva un duplice intento consolatorio, probabilmente, per me e per il protagonista. Per lui, perché aveva una stupidaggine con il mio faccione e che portava per giunta fortuna in un momento in cui la fortuna può determinare molto, o persino tutto. Per me, perché dare un feticcio qualsiasi era consolatorio e giustificatorio, Ho fatto qualcosa di buono per qualcuno che ha bisogno, e la mia bugia ha reso il suo mondo, critico e precario, un filino più bello. 

Francamente non mi ricordo bene quanto tempo passò da quel momento fino al giorno – il Giorno, quello dove tutto si sarebbe deciso. So che forse la cosa più bella di tutta questa storia successe in un frangente in cui non ero in casa, o più probabilmente stavo dormendo, o forse mi stavo alienando. In direzione verso il posto dove si sarebbe svolta un’operazione, l’ambulanza che portava il protagonista passò sotto casa mia. Chiese agli infermieri di dare un colpo di sirena proprio di fronte a casa, del genere Ehi, io ci sono, poi ripasso qui. 

Ho sognato una vita che in quel frangente avesse con sé quel portachiavi.

Recentemente abbiamo festeggiato dieci anni da quell’operazione. Mi emoziono ancora quando parlo di un portachiavi, inutile e forse persino brutto, foriero di una menzogna consolatoria. Perché se è vero, come dicevano i Romani, che homo faber ipsius fortunae, allora il protagonista, ed io stesso, abbiamo vinto entrambi: lui, che ha rischiato tutto per guarire, io, che ho raccontato una menzogna per farlo guarire. 

Ed è guarito.

Quel portachiavi, forse, portava veramente fortuna. O forse l’ho messa io lì dentro quando glielo diedi.  

Quel portachiavi adesso raccoglie le chiavi di casa del protagonista.

Perché casa è il posto dove sta il cuore. Ed un portachiavi bugiardo.