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lunedì 24 novembre 2014

Vivere fuori.

Lisbona, 2009. Ero uno studente Erasmus come tanti, al massimo l'unica differenza che potevo accampare rispetto alla grande maggioranza degli altri studenti Erasmus era che avevo normalmente tra i 5 ed i 6 anni in più di loro, ma non avevo voglia di spiegare sempre a tutti la manfrina che mi ha condotto all'estero così attempato e con una quantità non indifferente di capelli bianchi al seguito. Ed oltre al dato anagrafico, spesso aggiungevo, tra me e me, che praticamente tutte le esperienze che belli pasciuti i miei colleghi Erasmus facevano per la prima volta, dalle mie parti erano invece già vecchie, o comunque vissute, o quantomeno passate, incontrate. 

Eppure.

A febbraio venne a trovarmi mio padre. Giretti per la città, birrini, qualche racconto, un po' più di baccalà. Da pochi giorni stavo con una ragazza tedesca. Conto del più e del meno. In fondo è piacevole narrare della propria vita fuori, visto che nonostante le esperienze che mi distinguevano da un po' - un bel po' - dagli altri studenti Erasmus, in verità in verità vi dico, che era comunque la prima volta che andavo a vivere da solo. Che preparavo il mio mangime. Che lavavo le mie mutande. Che andavo al supermercato non per togliermi uno sfizio, ma per prendere cose che mi servivano per sopravvivere. Formaggio industriale, tonno e detersivo per lavatrice. Cose che nella mia vita apparivano più o meno magicamente nel frigorifero di casa mia senza che muovessi un dito per farle apparire. 

Eppure. 

Non mi ricordo bene quali furono i termini della domanda, ma sta di fatto che mio padre, mentre tornavamo verso casa felici e pasciuti, mi chiede in fondo come stessero andando le cose. Cosa stessi facendo. Cosa significasse questo termine già nel 2009 eccessivamente inflazionato come "Erasmus" e su cui, qualche anno dopo, si sarebbero versati i proverbiali fiumi di inchiostro, spesso su basi strumentali e stereotipizzate, molto più raramente su basi esperienziali e cum grano salis, e che infine sfortunatamente ha prodotto quel concetto di sottocultura marketer conosciuto come Generazione Telemaco. Ovverosia, come propinare perle ai porci, consci del fatto che i porci scambieranno le perle per succulente patate e le mangeranno senza pensarci su, dozzinalmente come dozzinale è la loro capacità di interpretazione del mondo in cui vivono. Ma sorvolando su questa stringente e deprimente attualità, Come spiegare ad un onest'uomo col doppio dei miei anni che roba è un Erasmus? Ossia, come fare a spiegare l'essenza colta di un ente difficile da inquadrare come un'esperienza Erasmus? 

Per una volta sono grato ad un processo conoscitivo e interpretativo scaturito esclusivamente dall'intuizione, una sorta di processo mentale che nella mia narrativa decisamente misogina associo solamente alle donne, tale per cui quando degli amici spagnoli mi dissero un detto loro tale per cui l'essere umano è l'unico animale che inciampa per due volte sulla stessa pietra, io pensai subito in realtà che più che gli essere umani si dovrebbe dire "l'altra metà del cielo", perché a furia di dire ascolta il tuo cuore, il cuore ha sempre ragione, sei in overthinking, spengi il cervello, godi delle sensazioni e fidati di loro e tutte queste troiate da manuale delle giovani marmotte si finisce che magari le giovani non inciampano la seconda volta sulla stessa pietra perché se lo sentono, ma poi finiranno per non sapere il perché, dato che il processo conoscitivo intuitivo è puntuale e non ricorsivo, quindi occhio alla pietra, ma senza sapere il perché, ma in fondo non importa perché tanto è il cuore che ce lo dice, tutto il resto è superfluo, ma come al solito divago, e volevo solo dire che in realtà ebbi un'intuizione, o forse semplicemente la mia testa ha prodotto un'associazione dovuta ad un'occasione banale, ossia che non avevo pane in casa, o forse ne avevo poco ma cambia poco, in sostanza ho pensato che spiegare cosa fosse l'essenza di un Erasmus ad un omone di quasi 60 anni attraverso la descrizione di una gita in panetteria a Lisbona era la maniera migliore per salvare capra e cavoli.

Eppure.

Caro babbo, la tua domanda è interessante, ma non ti nascondo che mi mette un po' in difficoltà, visto che seppur i termini della questione siano semplici, ordinarî, ben definiti, in realtà darti una risposta che riesca a includere tutte o quasi le sfaccettature possibili del problema che mi poni potrebbe essere veramente un'impresa ardua, direi quasi titanica. Beh, io ci provo. Già ti ho spiegato come funziona all'università, cosa sto facendo e come procede. Hai visto che ora parlo anche in portoghese, ma su questo punto ci torniamo presto. Hai visto da foto e sentito dai racconti che esco, faccio, conosco gente, luoghi, e ogni tanto ho anche la mia libbra di carne di piaceri erotici e terreni. Insomma, sai già quello che faccio. Però ti spiego un dettaglio di tutto quello che sto facendo. Più che un dettaglio, è un aspetto sul quale vorrei tu meditassi un attimo. Perché è lì che si trova la risposta alla tua domanda. Ripensa a tutto quello che ti ho già raccontato e mettila in questi termini: io essenzialmente qui sto facendo un milione di cose che non ho mai fatto prima a Milano. Pensa a tutto quello che ti ho raccontato, ed aggiungici tutte le cose più banali possibili che nella vita di un uomo, ma sul serio le cose più banali, come per esempio andare a prendere il pane o un cubo di formaggio industriale al prezzo di pochi scellini. Ecco, se ci pensi bene, tutte queste cose qui in realtà solo perché sono svolte qui, hanno un valore aggiunto rispetto alla routine che acquisiscono a Milano. Voglio dire, te la metto in termini ancora più semplici, non perché stia correndo il rischio che tu non capisca, ma per renderti un'idea oltremodo cristallina, immagina come ti dicevo prima di andare a prendere il pane. Quante volte l'ho fatto a Milano? Cento? Mille? È sempre stata una cosa scontata, banale, ovvia. Prendere il pane qui invece. All'atto pratico è esattamente la stessa cosa. 

Eppure.

Eppure vai in una panetteria portoghese e i canoni del consuetudinario sono tagliati di netto. Non sai che pane prendere, perché il pane qui è diverso nella forma e nei colori e nei sapori. Non sai il nome, perché a Lisbona se chiedi letteralmente una pastadura o una michetta questi ti guardano come se tu fossi un alieno, e di fatto direi che lo sei. Devi usare una lingua diversa dalla tua materna, e neanche una lingua veicolare, visto che parlare in inglese in una panetteria lisbonese è come parlare swahili da un barbiere di Gela, ogni boiata che faccio qui, per quanto banale possa essere, ha un valore aggiunto di esperienza e di novità perché seppur quello che faccio è esattamente quello che faccio a Milano, vado al super, vado in uni, esco e bevo, prendo DUEDIPICCHE™, conosco nuova gente e via dicendo, qui tutto quello che faccio è nuovo e interessante perché è il contesto di vita che è diverso: le cose che faccio sono le stesse ma il fatto di farle in un contesto diverso rende le stesse azioni diverse ed in fondo più interessanti Anche il DUEDIPICCHE™? Sì anche quello. Il senso del vivere fuori è questo, dunque: la funzione delle cose che facciamo ovviamente non cambia, ma produrre un'azione in un contesto più o meno misconosciuto rende l'azione stessa diversa, forse perché non sappiamo a quali risultati possiamo arrivare: vai alla panetteria portoghese, prendi del pane, lo mangi e scopri che il pane che hai comprato è osceno perché ti sei spiegato male, perché quello che sembra una michetta in realtà è una confezione di Panemmerda™ di Papà Tazza, ossia la versione 2.0 degli sfacciottini di papà Barzotti, perché la panetteria in cui sei andato è abitata da topizombie e famiglie allargate, insomma, il fatto di aver stravolto il contesto dell'azione dà luogo a risultati altri rispetto ad un contesto più naturale. Questo è il senso dell'Erasmus. Facciamo un altro esempio semplice, immagina ad una festa. A quante feste sei andato te? Un milione. Bravo, anch'io, molte erano belle, altre un po' meno, altre erano oscene ma tant'è. Qui, una festa, implica conoscere un sacco di gente letteralmente da ogni parte d'Europa e del Mondo [l'unico Mondo che conta è l'Europa, quindi scusate la ridondanza, ndr], parli in una lingua che non è tua e che non è l'inglese, e ti devi rapportare a culture che conosci poco o per stereotipi. È come se qualunque cosa che facessi fosse svincolata da ogni approdo culturale sicuro: tutto è nuovo, tutto è a rischio. Non hai più il cordone ombelicale culturale che stringe teneramente tutti i guasconi di una compagnia in un gruppo più o meno plasmato, in cui le regole del gioco sono naturalmente chiare e condivise. Vai a parlare con un'israeliana e capirai un punto di vista diverso. E te lo dirà in portoghese. E se ci provi offrendole uno shottino attento che ti arriva uno schiaffone, perché non sei ebreo, perché hai offerto dell'alcool, e lo schiaffone sarà pure molto forte perché la tipa si è già sbobinata due anni di servizio militare obbligatorio. Quindi sai perfettamente che con le israeliane ci devi stare attento. E se questo è il caso più estremo che ti potevo raccontare di una festa qualunque, in ogni caso considera che di casi più o meno simili ce ne sono a bizzeffe. Ecco dunque cosa sto facendo io, hic et nunc: un Erasmus è quando qualunque cosa, anche la più banale che puoi immaginare, diventa una potenziale challenge, o quantomeno qualcosa che ti arricchisce di nuova esperienza, che ti insegna qualcosa, come andare a prendere il pane. 

Eppure.

È praticamente dal 2008 che non vivo più in pianta stabile a Milano. Sono stato a Torino, sono tornato in Portogallo, recentemente sono stato a Londra, a Parigi e ora mi trovo a Friburgo in Brisgovia, e prevedibilmente tornerò a Lisbona a breve. So più o meno cosa significa vivere fuori. Ho imparato che Once Erasmus, Forever Erasmus, e se n'è accorto anche il mio attuale padrone di casa, quando, mentre uscivo per l'ennesima volta, mi chiede se stessi interpretando la mia permanenza archivistica friburghese come un Erasmus, e gli risposi Erasmusleben, immer jut. Perché vivere fuori ti insegna sempre qualcosa di nuovo, che le regole di vita possono cambiare, che lo stravolgimento del posto nuovo ti permette di fare mente locale e capire meglio anche il proprio passato, e permette altresì di darsi delle nuove possibilità per il futuro. Ma aldilà dei discorsi ridondanti e magniloquenti, sono sicuro che voi tutti cari astanti sappiate già perfettamente cosa significa vivere fuori. E che aldilà dell'oggetto fuori dal quale si vive, che sia una casa, una città o semplicemente se stessi, vivere fuori è bello. Anche se arrovina un po' il fegato.

Excipit.

Finalmente torna l'Onda. Le cose non accadono per caso, ma siamo sempre noi a crearle e a volerle. Quindi quando vi raccontano che le cose succedono da sole, tipo "vedi che appena smetti di cercare una tipa apparirà da sola, funziona sempre così", fate un favore alla vostra intelligenza e non fidatevi di queste persone. L'uomo è fabbro della sua sorte, sempre, e le onde laterali non appaiono da sole: c'è sempre qualcuno dietro che le plasma e le lancia. Il caso ha voluto che io e a Malambr ci siamo dati appuntamento a Friburgo in Brisgovia, il caso ha creato le condizioni - archivio per me, Erasmus per lui - ma siamo stati noi ad essere fabbri, a decidere che sì, che si fa, che ci si becca. due anni dopo Monaco, un anno dopo l'Onda Laterale. Siamo tornati. Viviamo fuori. Perché le onde, anche quelle che marciano scostanti a latere, comunque vada vanno fuori. Fuori da sé, contro le altre. La cosa bella è che le onde laterali vincono. Sempre.  

venerdì 5 luglio 2013

Pediluvio Metafisico

Inizialmente quest'articolo voleva essere un commento di risposta al bellissimo post di Kazam "Noi siamo infinito" ma data la scarsa capacità di carico dei commenti (maledetto il giorno in cui limitammo la nostra capacità espressiva col numero di caratteri massimi) ho ritenuto più appropriato pubblicarlo nella sua interezza.

Ci sono questioni che prima o poi ci si pone e anche dopo averle poste continuano a tormentarci (o dilettarci?) perché ciò che credevamo di aver raggiunto si sgretola tra le mani o semplicemente sfugge al nostro sguardo, alla nostra comprensione, chiedendoci continuamente di essere rincorso.
Ci sono punti sui quali sono prepotentemente d'accordo con te, specialmente per quanto riguarda la tensione infinita che è rinchiusa nell'uomo, proprio nello stesso uomo che nel fluire del tempo chiamato storia si è dimostrato capace di azioni e opere che spaziano dal magnifico all'infimo, capaci di suscitare sentimenti sublimi o il terrore più cupo.
Dopo millenni di convivenza con se stesso e i suoi simili l'uomo cosa ha capito di sé? Si può davvero parlare in generale di qualcosa che trova la sua massima espressione nella singolarità? Qual è il nostro destino, indiarci verso una gioia infinita o perire nella sofferenza più atroce? Oscillare come un pendolo tra picchi di euforia e disperazione o rimanere stoicamente fermi al centro osservando e comprendendo ciò che ci circonda?

È vero che per conoscere e capire qualcosa abbiamo bisogno obbligatoriamente del suo contrario (e qui sorge doverosamente una ringraziamento ad Eraclito, coi piedi immersi nel suo ruscello), e ritengo probabile che sia per questo, per conoscersi meglio, che l'uomo abbia inventato Dio, suo eterno opposto, nel tentativo di conoscersi meglio.
O magari che Dio abbia creato l'uomo per conoscere qualcosa in più di sé, per essere riconosciuto e finalmente riconoscere qualcuno in quel miracolo di eterogeneità che è l'esistenza (umana o divina che sia).

Ed è qui che si gioca il grosso della questione.

Factus sum mihimetipsi quaestio. Noi siamo domande per noi stessi, come affermava Sant'Agostino, e se l'uomo è la domanda Dio è l'immediata risposta.
E' vero che nell'uomo soggiace una tensione infinita, tensione però racchiusa in una finita e determinata quantità di anni che sono a nostra disposizione, e per dirla schiettamente una risposta serve più da vivi che da morti, ed ecco che questa risposta ci viene data attraverso quel processo di rivelazione della verità che si esprime nelle religioni con i loro Dei.
Ma se l'uomo non fosse la domanda? Se invece noi, insieme a tutto l'Esistente, fossimo la risposta?

L'uomo non è sempre stato. In principio non era il verbo.
Sarebbe più corretto dire che "In principio non era" perché secondo me all'inizio non c'era proprio un bel nulla, così nulla che non c'era neanche l'inizio.

Ve lo dico brutalmente: io credo in dio.
Badate bene, non credo in Dio o negli Dei, non credo in un triangolo con l'occhio o in corpulento uomo dorato, non credo in nulla che sia antropomorfo e non credo che dio abbia coscienza di sé o degli altri, credo che non abbia coscienza, non abbia percezione, per farla breve non credo abbia qualità alcuna se non l'esistenza,  ma credo che noi Siamo; ovvero credo che nello stato attuale delle cose tutto ciò che esiste sia caratterizzato dalla sua stessa Esistenza.

Se non mi avete liquidato con un fragoroso "Grazie al cazzo" vi spiego meglio quello che intendo.
Noi esistiamo su un pianeta che esiste in una galassia che esiste in un universo che esiste e non possiamo liquidare la questione scaricando la responsabilità del tutto su un Dio o un Bosone perchè anche loro se sono, sono in una condizione di esistenza.

La domanda alla fine è sempre una: Perché l'essere e non il nulla?
Perché alzarsi dal letto quando si può rimanere a dormire?

Potete chiamarlo caso, chaos, fortuna, destino, o potete non chiamarlo affatto, ma ciò non toglie che noi siamo e che tutto ciò che esiste sia con noi.
E proprio noi, insieme a tutto l'esistente, siamo la risposta al nulla che avremmo potuto essere.

Siamo risposte ed è per questo che da sempre  in vari modi e molte forme continuiamo a cercare la nostra domanda.